La mediazione nel conflitto interculturale

Scuola di Mondialità - Liguria

Il settimo incontro della Scuola di Mondialità della zona ligure si è svolto giovedì 16 febbraio, sul tema della Mediazione interculturale, fra cittadinanza e migranti. Il nostro ospite, formatore di Labor Pace di Caritas, Fabrizio Lertora ci ha condotto inizialmente nello sviluppare creativamente gli argomenti di discussione per una riflessione successiva, infine ci ha presentato i progetti di educazione alla pace promossi nelle scuole genovesi dalla Caritas.

Se proviamo a guardarci intorno oggi, possiamo facilmente notare come il mondo che ci circonda sembra un enorme puzzle fatto di tasselli di differenti culture. Ciascuna delle quali portata avanti da popoli differenti.

Spesso tra essi si instaurano rapporti conflittuali, ma il conflitto non deve spaventarci perché esso ha un carattere ambivalente, non prettamente negativo: è un possibile approccio tra più persone.

Ma allora la domanda sorge spontanea: perché non imparare qualcosa da questo approccio?

Perché non provare a mettere in dialogo le culture, le nazioni. Perché non partire da come vengono aiutate le popolazioni che chiedono aiuto? Proprio con questo scopo è nata la facoltà universitaria di mediazione linguistica e interculturale. Perché non studiare il disagio a partire dal dato culturale sviluppando nella moderna psichiatria creando un nuovo punto di vista con cui capire le popolazioni di differente cultura, l’etnopsichiatria.

D'altronde la mediazione linguistica non basta se ci accingiamo a parlare di migranti. Le diversità che possono esserci tra culture così differenti è enorme, l’unicità che caratterizza ogni uomo è l’ostacolo che ci troviamo ad affrontare adesso, ma è anche ciò da cui dobbiamo ripartire. Far convivere due o più culture significa capire dove una ottiene risultati migliori dell’altra. Come le differenze tra un medico europeo ed un guaritore africano, che hanno seguito percorsi di formazione qualificati dalle loro usanze. Entrambi vengono visti dalla propria popolazione come figure di riferimento, ma evidentemente hanno eccellenze diverse: un medico laureato può riuscire meglio in chirurgia, un guaritore esperto può capire o addirittura prevenire forme di disturbo mentale nelle persone.

Diverso è anche il modo di approcciare i figli al mondo, mentre nel nostro continente un figlio è spinto a forza a scoprire il mondo quasi autonomamente, nei villaggi africani il bimbo rimane attaccato alla madre per molto tempo, passando intere giornate senza mai perdere il contatto fisico, e avendo come unico orizzonte la schiena della madre, cosa che può nel capire i bisogni del bambino ancor prima che lui stesso cerchi di esprimerli, ma d’altra parte può tardare il momento dell’autonomia e lo spirito di intraprendenza.

Pertanto l’obiettivo più plausibile per migliorare sembrerebbe il tentare di comprendersi tra popoli, non solo attraverso la lingua ma con sguardo attento verso il prossimo, verso la sua cultura, per poter comprendere a fondo i sui trascorsi e dove affondano le sue radici. Così facendo chi ci approccia chiedendoci aiuto, potrà instaurare con noi una relazione di scambio e non di dipendenza, dalla quale tutti possiamo uscire cambiati, cresciuti e uniti.

Sergio Bogliolo

 
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