Maschile e femminile in psicologia

giornata studio promossa da Giovani per la cultura

LA VERITÀ SULL’UOMO RISIEDE NELL’INCONTRO TRA UN UOMO E UNA DONNA

Anche quest’anno il gruppo “Giovani per la Cultura”, stimolato dal direttore dell’Opera salesiana Pio XI di Roma Don Gino Berto e guidato da Don Gianni Argiolas, in collaborazione con il Liceo Salesiano, non ha voluto sottrarsi al confronto sui grandi temi che questo Terzo Millennio pone come sfida alla coscienza di ciascun uomo, alla famiglia e, più in generale, all’Umanità.

Per offrire nuove chiavi interpretative della realtà di oggi, si è inteso continuare l’esperienza della serie di conferenze con personalità di alto profilo culturale e scientifico intrapresa l’anno scorso, organizzando un nuovo ciclo di quattro incontri sempre sul tema delle “Nuove sfide alla coscienza dell’uomo”.

Dopo i primi due convegni dal titolo “Educare in famiglia” con relatore Don Rossano Sala e “Nei miei piedi – La relazione educativa e la promozione del benessere” con le Dott.sse Sandra Maffei e Filomena Serio, lo scorso 25 febbraio, il Prof. Giampaolo Nicolais  ha tenuto il terzo -dei quattro seminari previsti - sull’ argomento “Il maschile e il femminile in psicologia”.

Il Prof. Giampaolo Nicolais, Professore associato di Psicologia dello sviluppo e dell’educazione presso la Facoltà di Psicologia 1, Sapienza Università di Roma, esperto soprattutto di psicopatologia dello sviluppo, dell’attaccamento e dello sviluppo morale nei primi anni di vita, ha iniziato la sua esposizione partendo da una imprescindibile premessa, ovvero che “la verità sull’uomo risiede sempre nell’incontro tra un uomo e una donna”. Quell’incontro, che – a dire del relatore -  è sempre conflittuale, è fonte della vita umana e dello sviluppo, punto di origine e di ritorno di ogni esistenza umana. Per rendere l’idea di questo incontro conflittuale che genera la vita umana e porta al suo sviluppo, il professore ha simpaticamente ripreso un aforisma di Gilbert Keith Chesterson: “il matrimonio è un duello all’ultimo sangue che nessun uomo d’onore dovrebbe declinare”.

Tale incontro/scontro tra l’uomo e la donna, tra il maschile e il femminile lo si ritrova nelle varie tappe della vita umana.

Il concepimento vede, infatti, l’incontro tra il gamete maschile e femminile, e sin dal momento del concepimento, spiega il Prof. Nicolais, lo sviluppo si presenta come un percorso difficile e conflittuale, tanto che solo il 50% delle gravidanze superano i primi giorni. Vi è, infatti, una vera e propria resistenza della madre al corpo estraneo del figlio. Il grembo materno viene, perciò, paragonato alla Sfinge posta a custodia di Tebe, che, nel mito di Edipo, impediva l’ingresso nella città greca a chiunque non rispondesse in maniera esatta ad un indovinello. Allo stesso modo, secondo gli esperti, anche l’utero materno mette a dura prova la sopravvivenza dell’embrione, tanto che i primissimi istanti dopo il concepimento sono i più difficili. Per questo, il Professore giunge alla conclusione che “una madre è sufficientemente buona quando si arrende alla maternità”.

Questa strada impervia che porta alla nascita, in realtà, prepara il bambino alla vita, legandolo in modo speciale alla propria madre biologica. Sono stati studiati e testati dei chiari indicatori della esclusività del legame tra il bambino e la madre biologica, quali la preferenza della voce materna, la discriminazione della madre attraverso l’odore, la messa a fuoco visiva a 20 cm (ovvero la distanza tra la testa del bambino e della madre durante l’allattamento), la percezione transmodale (durante il periodo di gestazione il feto impara a riconoscere il tono di voce, il modo di camminare della madre ed anche il ritmo dell’abbraccio e sarà proprio da quell’abbraccio che il bambino, una volta nato, si sentirà rassicurato). Difficile è, a questo punto, non pensare alla maternità surrogata e a quello che viene più volgarmente definito “utero in affitto”, ed, infatti, nel dibattito che ha seguito la relazione del Prof. Nicolais, questi è stato chiamato a rispondere sulla questione, che investe non solo la morale e l’etica, ma anche la psicologia dello sviluppo. Come si può pensare di poter prendere in prestito l’utero di una donna qualunque ritenendo che questo  non abbia alcuna influenza sullo sviluppo del bambino, avendo, appunto, dimostrato quanto sia essenziale per l’essere umano il rapporto che lo lega in modo esclusivo alla madre biologica sin dalle prime ore di vita, e che il feto durante i nove mesi di gravidanza ha imparato a conoscere e riconoscere la mamma. È un relazione unica che non può essere interrotta per via di un contratto, o, almeno, non la si può spezzare senza delle conseguenze.

Tornando sul tema del maschile e femminile, l’oratore ha illustrato all’attenta platea (erano presenti più di 150 persone) come anche successivamente, ossia dopo l’incontro tra gamete maschile e femminile, si renda necessaria una integrazione tra materno e paterno: lo sviluppo fetale deve avere, infatti, un corretto bilanciamento tra genotipo materno e paterno. Noi e i nostri parenti più prossimi, di fatto, non siamo geneticamente identici, siamo, piuttosto, il contemperamento dell’una e dell’altra sfera.

La diversità tra maschile e femminile si presenta, inoltre, già nelle primissime ore dalla nascita, i due generi si differenziano anche per neuroanatomia celebrale, su cui influisce anche il livello di testosterone. Degli studi hanno, infatti, dimostrato come già nella prima fase della vita, i bambini propendano verso giocattoli meccanici, mentre le bambine siano attratte più dai visi e, dunque, dalle bambole.

Il professore ha spiegato come il neonato sia, sin dall’inizio, una persona in relazione. Per tutto il primo anno di vita, il riferimento del bambino al biologico femminile della madre è cruciale. La teoria dell’attaccamento chiarisce che da bambini ereditiamo il bisogno di seguire una persona più grande per conforto, protezione, e in queste dinamiche la madre è, senz’altro, la principale figura di attaccamento, perché il suo legame con il figlio è qualitativamente superiore a qualunque altra relazione.

Il Prof. Nicolais si è soffermato anche su quello che, senza dubbio, è il più grande bisogno di un bambino, ovvero il bisogno di essere amato dai suoi genitori ma, allo stesso tempo, di far esperienza che il suo amore è da loro sinceramente accolto. Di qui, la nuova sfida tra figlio e genitori, che nei primi mesi di vita vede addirittura il 55% delle interazioni madre-figlio non sincronizzate. Tuttavia, questo non è un male, anzi, la mancata corrispondenza tra richiesta e risposta aiuta a crescere, a sviluppare l’intelligenza del bambino, che deve ingegnarsi di più per farsi capire dalla madre. Ad ogni modo, il relatore ha confortato i genitori presenti in aula, evidenziando che è stato anche provato come i 2/3 di tali interazioni non sincronizzate vengano riparate subito dopo.

L’importanza del rapporto conflittuale dimostra, per l’oratore, come per lo sviluppo le cure amorevoli siano necessarie ma non sufficienti, e di quanto sia necessario che il bambino faccia esperienze anche psicologicamente dolorose.

Anche nella costruzione del sé morale, il maschile e femminile – inteso come paternità e maternità – giocano un ruolo importante. Secondo l’opinione del relatore, i due ruoli non sono interscambiabili: non si può genericamente parlare di semplici funzioni materne e paterne che chiunque possa assumere, anche alla luce di quanto sin qui esposto sul rapporto viscerale tra madre e figlio.

Verso i tre/quattro anni, ad esempio, il bambino vorrebbe la mamma tutta per sé e, dunque, ingaggia una lotta con il padre, che lo porta a comprendere che accettare la presenza del padre in quella relazione gli garantirà una rete di relazioni più ampia: oltre che con la mamma, ora il bambino ha una relazione anche con il padre e, di conseguenza, con gli altri. La contesa con il padre, infatti, intacca il legame madre/figlio per permettere al figlio di diventare autonomo e di crescere. Lo sviluppo non ha bisogno di un terreno morbido, secondo il professore, piuttosto, deve inserirsi in un clima di tensione, dato anche dalle differenze e, appunto, dal conflitto maschio-femmina.

La situazione attuale, poi, vede la genitorialità sempre più disincarnata dalla realtà, dal dato biologico, quando, al contrario, la differenza sessuale non costituisce solo una suddivisione dei ruoli, ma è proprio biologicamente determinata: uomini e donne sono diversi. Pertanto, per un equilibrato sviluppo umano, non si può prescindere dal connubio tra maschile e femminile che si manifesta già dagli albori dell’origine/esistenza umana.

Il legame genitoriale si fonda su una autorità - che il Prof. Nicolais definisce - senza competenza, in quanto è la presenza del bambino che dona la paternità e non esiste, dunque, una paternità pregressa: non si decide di venire al mondo così come non si sceglie di generare, sostiene il relatore.

Il cammino dell’uomo nasce dal dono e il dono si riceve, non si fabbrica, ma si accompagna.

È questa la frase con cui il Prof. Nicolais ha voluto concludere il seminario e congedarsi, una espressione che rappresenta il perfetto connubio tra fede e cultura, inserendo la scienza nell’ottica della fede cristiana e viceversa.

Nell’ultimo incontro in calendario per il prossimo 25 marzo, la sfida su cui sarà chiamata a confrontarsi la platea è ancora sul rapporto genitori-figli, il Prof. Francesco D’Agostino affronterà il tema “Essere genitori, essere figli”. L’invito, dunque, è ad intervenire ed a confrontarsi su un argomento che sfida quotidianamente le coscienze dei genitori e dei figli, ma non manca di interrogare l’intera comunità.

A cura di Mariella Foscolo

 
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