Il Papa della pace nell'Egitto della pace

intervista a don Maurizio Spreafico

   Siamo insieme a don Maurizio Sprefico, attualmente formatore dei giovani salesiani Roma – Gerini. Di origini lombarde don Maurizio è vissuto per quasi dieci anni nell’Ispettoria del Medio Oriente, di cui è stato anche Ispettore. Lo abbiamo incontrato per chiedergli qualcosa in più della sua esperienza egiziana.

In che periodo sei stato in Egitto e perché?
Sono stato in Egitto per quasi 2 anni, da settembre 2003 a giugno 2005. Dopo aver lavorato per 15 anni in Italia, soprattutto nella pastorale giovanile a livello ispettoriale (ILE) e nazionale, ho dato la mia disponibilità per le missioni. Destinato al Medio Oriente, la prima cosa da fare era quella di studiare la lingua e di conoscere la cultura araba. E così sono arrivato in Egitto, al Cairo, dove ho frequentato per 2 anni la Scuola dei Comboniani, vivendo nella piccola comunità salesiana del Cairo Zeitun.

Che cos'è la primavera araba e che interpretazione ne dai?
La cosiddetta “primavera araba” è un termine di origine giornalistica utilizzato per lo più dai media occidentali per indicare una serie di proteste ed agitazioni cominciate tra la fine del 2010 e l'inizio del 2011.
Le proteste cominciarono nel mese di dicembre 2010 in Tunisia, in seguito alla protesta estrema del giovane venditore ambulante Mohamed Bouazizi, che si diede fuoco in seguito a maltrattamenti subiti da parte della polizia; questo gesto innescò l'intero moto di rivolta tramutatosi nella cosiddetta Rivoluzione dei Gelsomini. Per le stesse ragioni, un effetto domino si propagò ad altri Paesi del mondo arabo e della regione del Nord Africa. 
Nel 2011, quattro capi di Stato furono costretti alle dimissioni, alla fuga e in alcuni casi portati alla morte: in Tunisia Zine El-Abidine Ben Ali (14 gennaio 2011), in Egitto Hosni Mubarak (11 febbraio 2011), in Libia Muhammar Gheddafi che, dopo una lunga fuga da Tripoli a Sirte, fu catturato e ucciso dai ribelli il 20 ottobre 2011 e in Yemen Ali Abdullah Saleh (27 febbraio 2012). 
In Egitto, le imponenti proteste sono iniziate il 25 gennaio 2011. Ricordo bene quel giorno, perché ero giunto in Egitto il giorno prima e mi ero subito recato ad Alessandria, dove avremmo dovuto iniziare gli Esercizi Spirituali annuali con i confratelli delle tre comunità dell’Egitto. Iniziarono subito grandi dimostrazioni, accompagnate da vari episodi di violenza, che costrinsero poi alle dimissioni il presidente Mubarak dopo trent'anni di potere. Decidemmo allora di restare ognuno nella propria comunità e di fare gli Esercizi Spirituali ciascuna comunità in casa propria. Per 4-5 giorni si interruppero le comunicazioni, la gente si riversava in strada, c’erano devastazioni, incendi, ruberie, ecc. Ricordo che riuscii a comunicare con il Rettor Maggiore per aggiornarlo della situazione soltanto il 31 gennaio, festa di don Bosco.
Le diverse sollevazioni hanno avuto diversi risultati nei paesi attraversati dalle proteste contro i regimi. In Tunisia c’è una difficile transizione verso la democrazia, in Egitto i militari si sono ripresi il potere dopo una breve parentesi di governo dei Fratelli Musulmani, in Libia, Yemen e Siria si è scatenata la guerra. A parte qualche tiepida riforma economica, rivelatasi inefficace, la “primavera araba” sembra non aver prodotto altro. L’entusiasmo e le speranze iniziali che avevano riscosso sostegno anche in Europa e nel resto del mondo, quasi si trattasse di un nuovo “68”, sono andate miseramente deluse. I gruppi fondamentalisti e le opposizioni mercenarie hanno preso il sopravvento con i risultati che tutti conosciamo. L’ingiustizia sociale, la mancanza di libertà e i regimi autoritari sono tornati con nuovi volti, a volte anche peggiori di prima.

Cosa ricordi in particolare dell'Egitto salesiano?
Ricordo con piacere i 2 anni vissuti in Egitto nella comunità di Cairo Zeitun. Una chiesa, un cortile non tanto grande, un salone e qualche saletta … sempre pieni di ragazzi e di giovani egiziani e sudanesi. Mentre studiavo la lingua araba, potevo conoscere da vicino la realtà dell’Egitto attraverso l’incontro con questi ragazzi poveri, semplici e pieni di voglia di vivere e insieme conoscere il dramma della guerra attraverso l’incontro con i profughi sudanesi in fuga dal loro paese, ancora più poveri degli egiziani, provati dalle sofferenze e dalle prove della vita, ma coraggiosi e desiderosi di vivere un futuro diverso.

La visita del Papa a Il Cairo. Quale ne è il senso? Chi incontrerà?
Il Papa sarà al Cairo il 28 e 29 aprile, accogliendo gli inviti di Al-Sisi, della Chiesa cattolica locale, della Chiesa copta e dall'Università teologica sunnita di Al-Azhar 
"Il Papa della pace nell'Egitto della pace": questo il motto della visita del Papa. È significativo il logo scelto per questa visita: Francesco è raffigurato, sullo sfondo delle piramidi e del fiume Nilo sormontate dalla Mezzaluna musulmana e dalla Croce cristiana, e accanto ad una colomba simbolo di pace, mentre sorride e benedice.
Certamente il carattere ecumenico e interreligioso segnerà fortemente questo viaggio, per respingere ogni forma di fanatismo, estremismo e violenza in nome della religione, per promuovere la conoscenza reciproca, i valori comuni e il dialogo. A questo proposito ecco le parole del Card. Jean-Louis Tauran, presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, che da tempo ha preparato questo viaggio: «Ci siamo trovati d’accordo nel valutare la gravità della situazione di violenza e anche la necessità di trasmettere valori alle giovani generazioni. Abbiamo cercato insieme le cause della violenza: tutti ci siamo trovati, tutti, d’accordo – soprattutto i musulmani – nell’affermare che non è lecito invocare la religione per giustificare la violenza. Dobbiamo continuare su questa strada: più la violenza aumenta – ed è grave – più è necessario moltiplicare questo tipo di incontri che sono veramente doni che si fanno all’umanità, perché dimostrano che esiste la possibilità di lavorare insieme. Quello che invece vogliono i terroristi è dimostrare che non è possibile vivere insieme con i musulmani; noi affermiamo il contrario».

Cos'ha da dire ancora oggi don Bosco e il suo carisma ai giovani egiziani?
Certamente il carisma di don Bosco continua ad essere vivo ed attuale per i giovani egiziani. Come in tante altre parti del mondo, operare per la formazione integrale dei giovani è un dono prezioso per il loro presente e per il loro futuro. Vivendo insieme, cristiani e musulmani, come segno concreto che è possibile e arricchente studiare insieme, giocare insieme, crescere insieme nel rispetto e nell’amicizia.

don Michelangelo Dessì

 
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