Straniero è chi non costruisce comunità

dal Forum MGS di Genova

La terza giornata del Forum (1 maggio) è dedicata soprattutto al confronto con alcune testimonianza di esperienza missionaria. Hanno partecipato con le loro testimonianze tre membri della Famiglia Salesiana.

Suor Bernarda Santamaria Merens, Figlia di Maria Ausiliatrice, originaria dell’ Argentina e missionaria in Bolivia.

Carlos De Olivera Sama, Salesiano Cooperatore, originario dell’ Argentina e attualmente educatore a Roma al Borgo Ragazzi Don Bosco.

Don Mauro Mergola, Salesiano e attualmente Parroco a Torino, impegnato nell’Opera di San Giovannino con l’accoglienza di giovani stranieri in un contesto locale segnato da una grande presenza di famiglie e giovani  di origine straniera.  Proprio per questo motivo partecipa all’evento accompagnato dalla sua famiglia attuale: 15 ragazzi che fanno parte di quella categoria che noi conosciamo come minori stranieri non accompagnati. Egli è il responsabile dell’affidamento di questi minori.

Le tre esperienze hanno aiutato e stimolato a evidenziare alcuni elementi che caratterizzano la missionarietà oggi: quella in terra estranea alle proprie origini, come per Carlos e Suor Bernarda,  o quella in casa come per Don Mauro.

Certamente per essere missionari occorre lasciare. Lo ha evidenziato Suor Bernarda: “Ho lasciato quelle cose che per me erano una sicurezza: i miei Genitori e miei Fratelli, sapevo che non sarebbe stato facile vederli  e comunicarmi con loro frequentemente. Ho lasciato il mio cielo, la mia corona. Come mai la corona? Sì, io sono convinta che solo nella nostra propria terra, lì dove siamo nati, noi siamo Regine. Ho lasciato il cibo, i profumi, alcune parolacce propriamente Argentine che scappano dalla bocca quando qualche cosa non va bene. In quel tempo l’Argentina stava molto bene economicamente, quindi lasciare quello che per te è una sicurezza, mi veniva da interrogarmi sempre, perché, quando sta bene, in genere non è facile immaginare che altri possano stare peggio di noi.”

E la Chiesa e la comunità in uscita si può manifestare anche senza fare tanti chilometri di strada: il portone della chiesa parrocchiale aperto mentre nelle tarde ore serali c’è la movida. Si offre uno spazio di silenzio e una presenza che silenziosa vuole fare memoria. E piano piano, dice Don Mauro, all’indifferenza subentra ora la curiosità, ora un germe di interesse.

Memoria per dire che ”ogni giovane si senta ricercato da Dio. Nessuno e dimenticato da Dio. Prima di credere in Dio c’è da essere convinti che Dio crede in ciascuno di noi”.

Missionari con stranieri? E chi è straniero? “Nessuno agli occhi di Dio è straniero o dimenticato.”

Missione in un contesto di comunità e nell’orizzonte della spiritualità salesiana. Quella spiritualità che è “una trappola” dice Carlos: “quando entri una volta non riesci più a uscire”. E missionario significa ascoltare Dio che parla anche se tante volte sembra assente. Può succedere che uno abbia una libreria con tanti libri chiusi: dicono nulla. “Tra i libri chiusi può esserci il Vangelo. Là Dio parla. Apriamo il Vangelo. Facciamo parlare Dio”.

Alle testimonianze ha fatto seguito un incontro per gruppi di provenienza; un ulteriore momento di condivisione per rispondere alla domanda: come essere missionario ogni giorno?

 
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