Anche Dante in Egitto

intervista a Marta Campana, docente di Lettere a Rod El Farag

   Nel mese di marzo arrivò in ispettoria una richiesta urgente dalla scuola salesiana de Il Cairo per cercare un docente di italiano, poiché la titolare era dovuta andare in malattia. Come trovare nel giro di pochi giorni qualcuno disponibile a trasferirsi in Egitto, di questi tempi, per insegnare Lettere a i giovani studenti egiziani? I social in questo aiutano tanto, il sito, la newsletter… insomma si è fatta molta pubblicità e tanti hanno aiutato condividendo e inoltrando il messaggio, definito “urgente”. 

Oltre 35 le candidature pervenute nelle prime quarantott'ore. Che bello scorrere quei curricola: giovani impegnati, in cerca di lavoro, certo, ma anche desiderosi di mettersi a disposizione per fare del bene. Giovani e meno giovani impegnati in Italia in tante associazioni di volontariato, nel servizio in tante nostre case salesiane e non… Che benedizione! Segno che la Provvidenza non lascia a piedi nessuno.
Dopo tanti colloqui di lavoro è stata selezionata Marta Campana, una giovane laureata di Frascati, vicino Roma. L’abbia raggiunta per farle alcune domande…


1. Un messaggio, una mail, una telefonata e ti ritrovi in Egitto… raccontaci un po' di questa follia…

È bastato un messaggio su Whatsapp. L’anno scorso ho svolto il Servizio Civile in un Istituto Salesiano della mia cittadina, dove ho avuto la possibilità di conoscere molte persone e di allacciare legami che hanno continuato ad accompagnarmi una volta terminato l’anno di servizio. Un mese fa, una mia ex collega, mi ha girato un messaggio dell’animatore missionario dell’ICC, dove si diceva che il preside dell’Istituto Tecnico Industriale Don Bosco stava cercando una supplente fino al 30 aprile, ma bisognava essere disposti a trasferirsi al Cairo. Io avevo già insegnato italiano a ragazzi arabi e mi era piaciuto moltissimo, avevo anche visitato paesi islamici, ma trasferirsi in un luogo così diverso cambiando completamente il mio mondo quotidiano, non era ancora in programma. Tuttavia ho pensato alle persone che conosco e a quante di loro sono finite in giro per il mondo: Germania, Francia, Spagna, Inghilterra, ma anche Cina, Turkmenistan, la mia generazione non si è fatta fermare dalle distanze. In più ammetto che ero estremamente curiosa e avevo bisogno di un’occasione così per arricchire davvero me stessa e il mio lavoro.  Due giorni dopo mi chiama un numero dall'Egitto, un colloquio telefonico, un po’ di rassicurazioni alla mia famiglia, qualche giorno per prepararsi e via. Con il senno di poi si è rivelata una buona scelta, credo che rimarrò qui anche più a lungo del previsto. Insegnare dove l’istruzione non è scontata è molto motivante e giustifica tutto lo stress che questo lavoro comporta specialmente per chi è alle prime armi.

2. Il primo impatto con un ambiente così lontano dal nostro, com'è stato? 

La cosa che mi ha colpito subito è il traffico, appena uscita dall'aeroporto ho capito che la principale caratteristica di questa città è il caos! Ognuno si destreggia come può, suonando il clacson a tutto volume e cercando di guadagnare spazio disperatamente, contromano se necessario. Non ci vuole molto per essere investiti, soprattutto dai piccoli toc toc, per cui bisogna stare all'erta, anche quando si attraversa la strada. Forse una simile abitudine si spiega pensando che qui la vita è difficile e le persone a volte credono che sia necessario essere più forti e più intelligenti degli altri per imporsi. D’altro canto la vitalità del Cairo è stupefacente, tutto è sempre in movimento e per chi è curioso si tratta di un ambiente estremamente stimolante da molti punti di vista. Italiani ed egiziani a mio parere hanno molto in comune, l’accoglienza è sicuramente un valore importante, ho conosciuto persone molto aperte e cordiali, forse più che in alcuni paesi europei. Si occupano di noi per ogni necessità e rimangono sempre al nostro fianco sia per aiutarci con i problemi burocratici, che per passare insieme i momenti liberi dal lavoro.

3. E oltre alla scuola?

In realtà non ho avuto ancora il tempo di fare la turista, ho vissuto la vita quotidiana del Don Bosco de Il Cairo, insieme agli altri professori della scuola, solo qualche passeggiata e una cena il sabato sera. Il nostro quartiere è popolare e capita spesso di trovarsi a camminare sul marciapiede insieme ad un asinello o vedere la carne fresca tagliata all'aperto senza frigoriferi. Posso vedere la città in modo realistico, la povertà è tanta, ma nessuno è immobile, tutti sono attivi, veloci e cercano di arrangiarsi come si può, il loro stesso modo di essere e di parlare comunica una forte energia a cui non sono abituata, si percepisce che nonostante la crisi attuale l’Egitto è ancora vivo e ha buone possibilità di crescita. Per fortuna ho potuto conoscere questo mondo sempre con le spalle coperte: c’è un gruppo di professori italiani che hanno la mia età, sono persone che anche quando hanno difficoltà vogliono imparare il più possibile dal luogo in cui si trovano per cui con loro riesco a vivere la città nel modo migliore. 

4. Dopo un mese all'ombra delle Piramidi cosa ci puoi dire rispetto alla paura o alla sicurezza? Che aria si respira?

Il rischio di attentati è sicuramente più alto rispetto alla mia cittadina dei castelli romani: gli hotel e i ristoranti hanno un metal detector e non si entra in metropolitana senza aver fatto prima controllare la propria borsa. A prima vista l’allerta può sembrare alta, ma tutti questi provvedimenti, in realtà, non innescano paura nelle persone e non mi hanno intimorito molto, vengono percepiti come semplici gesti quotidiani. Credo che il problema della sicurezza sia legato di più alla criminalità, in alcune zone è sicuramente alta e non va presa con leggerezza, di sera io non esco da sola, mi piacerebbe poter esplorare la città anche autonomamente, ma cerco sempre di farmi accompagnare da un professore. Valgono le regole di ogni grande capitale: restare in gruppo, evitare zone poco raccomandabili, non infastidire nessuno. Detto questo si può uscire e divertirsi serenamente anche fino a tardi. A dirla tutta in Egitto mi preoccuperei di più per la violenza domestica, che per gli attentai o le rapine agli occidentali.

5. Il Don Bosco de Il Cairo: una scuola come le altre?

Per la realtà del luogo, la scuola è una grande risorsa: accoglie ragazzi cristiani e musulmani, che collaborano e fanno amicizia, crea un’ambiente dove è possibile un confronto culturale e religioso, fondamentale per la formazione umana dei ragazzi, si rispettano le festività cristiane e quelle musulmane e gli studenti imparano a convivere con diversi modi di vedere il mondo.  Trattandosi di una scuola salesiana l’oratorio è anche un luogo di aggregazione per le famiglie cristiane, che probabilmente hanno meno occasioni di vita comune rispetto ai musulmani. Il cortile non è mai vuoto, gli adulti frequentano i corsi serali, i bambini giocano liberamente dalla mattina alla sera e la domenica partecipano alla Messa.

Dal punto di vista scolastico il Don Bosco fornisce la possibilità di frequentare le università italiane quindi rappresenta una vera e propria finestra sul mondo per i ragazzi di qui. Si studiano Dante, Manzoni, Svevo, senza rinunciare a leggere sonetti nell'Italiano del 1300, questo rende ogni lezione più difficile, ma anche più istruttiva e spinge gli studenti a relazionarsi con la cultura dei paesi occidentali. Il percorso di studi a mio parere è molto selettivo, quelli che riescono a superare i cinque anni con buoni voti sono ragazzi in gamba e il sogno di molti di loro è andare in Italia per diventare ingegneri. 

Il fiore all'occhiello credo sia la formazione tecnica, i laboratori sono ricchissimi di apparecchiature ricercate e insieme all'officina permettono anche agli studenti che svolgono solo tre anni di studio di ottenere competenze che qui assicurano il lavoro e la sicurezza economica. 

C’è un grande rispetto per la scuola: viene percepita come una realtà utile che offre una buona occasione ai giovani. Sia i ragazzi che le famiglie si relazionano a noi con la consapevolezza che il ruolo dell’insegnante merita rispetto, quando un ragazzo viene rimproverato a volte aspetta la fine della lezione e chiede scusa personalmente, siamo lontani dagli episodi italiani in cui un genitore minaccia o aggredisce l’insegnante. 

6. Una donna nel mondo arabo... raccontaci un po'...

Per le donne straniere non ci sono restrizioni, gli Egiziani sanno che abbiamo abitudini diverse e sono tolleranti, viene richiesto il velo solo se si vuole visitare una moschea, come è giusto che sia. In classe invece la storia è diversa, di norma i ragazzi hanno pochissimi contatti con le loro coetanee, per alcuni l’unico modo di scoprire il mondo femminile è internet, quindi corrono il rischio di sviluppare idee distorte. Quando sono arrivata si è sparsa la voce in un attimo, hanno fatto la fila per presentarsi, tutti incuriositi dalla prof. italiana, hanno postato video su facebook e ogni giorno qualcuno mi chiede una foto o semplicemente una chiacchierata per scoprire come si fa a parlare con le ragazze. In questo clima a volte mi accorgo troppo tardi degli errori che faccio, ad esempio se mi avvicino troppo ad uno studente per guardare il suo compito lo metto subito in imbarazzo. Questo mi ostacola un po’ perché sono abituata a costruire il rapporto con gli studenti sulla fiducia, magari scherzando con una pacca sulla spalla o con un sorriso in più, per ragioni culturali questo comportamento può diminuire la loro stima nei miei confronti invece di aumentarla. 

 Non a caso le mie maggiori difficoltà riguardano la disciplina in classe, le scuole egiziane non insegnano molto l’autocontrollo e i ragazzi fanno fatica a rimanere seduti in silenzio per ore, inoltre sono abituati a ricevere l’educazione da figure maschili molto forti e severe, quindi una ragazza giovane che non conosce l’arabo, non rientra nel loro concetto di figura autoritaria. Per riuscire ad ottenere fiducia ho iniziato a fermarmi dopo le lezioni, molti vogliono imparare e chiedono esercizi o spiegazioni in più, questo mi sta aiutando con alcuni ragazzi, spero dia risultati. Ad ogni modo ho lavorato anche con gli studenti delle scuole italiane e bisogna dire che se un gruppo di adolescenti in un professionale di Roma avesse un’insegnante donna sotto i trent'anni e si trovasse in una scuola rigorosamente maschile, la situazione non sarebbe poi troppo diversa.
don Michelangelo Dessì, sdb
 
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