Identità in saldo

una serata strana

Qualche sera fa ci siamo ritrovati in un centro commerciale. È una scelta strana per un gruppo missionario, ma il direttore della casa, don Pietro Bianchi, ci ha suggerito di andare a vedere una parte del Cairo che non avevamo ancora conosciuto.

Era sabato sera e il traffico della capitale ci ha frodato un’ora di viaggio. Durante il trasporto ci affianchiamo a un pulmino-taxi. Si tratta di mezzi di trasporto simili ai pulmini hippie degli anni sessanta, che fanno delle tratte brevi e sono sempre pieni di gente. Su questo pulmino c’era un uomo, sul sedile del passeggero davanti, con un bambino piccolo in braccio, probabilmente suo figlio. Eravamo ancora a Shubra, in piena povertà suburbana. A un certo punto, in mezzo al traffico, il padre apre la porta e fa per consegnarmi suo figlio. Voleva che lo prendessi in braccio, in mezzo al traffico, tra uno start e stop, da un pulmino a un altro. Il bambino avrà avuto cinque anni al massimo. “Porta bene” – dicono i nostri accompagnatori egiziani. Contenti voi…

Arriviamo in questo centro commerciale mastodontico, che presenta le stesse identiche questioni dei centri commerciali italiano. Chissà che c’aspettavamo. È tutto una copia, di una copia, di una copia. Sono presenti le stesse catene di vestiario dozzinale svedese che ci sono in europa, gli stessi negozi copia\incolla. Ogni piano di questa giungla commerciale ha le proprie aree alimentari, con Starbucks, Costa e Burger King in prima fila.

A un certo punto ci si palesa davanti Victoria’s Secret, che per chi non lo sapesse vende lingerie provocante. Le ragazze della comitiva, tra una risata e l’altra, entrano a vedere i prezzi dell’intimo di pizzo, io guardo le donne coperte col velo all’interno del negozio e mi interrogo sull’ennesima contraddizione di questo poliedrico paese.

I prezzi. Una polo Lacoste nell’omonimo store costa 2800 lire egiziane. Trattasi di 140€, occhio e croce. Un operaio guadagna intorno alle 1200 lire mensili. È facile dedurre che i centri commerciali siano luoghi per una classe sociale medio alta. Viene anche da riflettere come gli egiziani più abbienti vogliano a tutti i costi raggiungere lo standard di vita dell’europeo\americano medio (tendente al basso), il nostro processo di omologazione autoindotto.

Anche la funzione di “rifugio aggregativo” è intatta: nei dintorni del centro commerciale c’è il nulla cosmico, la sovrapproduzione abitativa della megalopoli mai affiancata a una progettazione urbanistica adeguata. Si rifugiano tutti nei corridoi ben refrigerati. I neogenitori portano a spasso gli infanti nelle carrozzine, gli adolescenti si incontrano e perdono tempo nei negozi di videogiochi.
Le famiglie siedono nei fast food e consumano di tutto.

Nei servizi igienici degli uomini c’è un inserviente. Pulisce ogni superficie non appena viene utilizzata. Nonostante non sia un lavoro invidiabile, probabilmente prega ogni giorno per conservarlo.

S’è fatto tardi. Lasciamo gli ambienti patinati, le magliette disposte in ordine cromatico nelle vetrine e i frullati delle famiglie e torniamo nel caldo asfissiante del Cairo, che ci regala quella patina di sudore mista a sporcizia peculiare della città. Riprendiamo il pulmino per tornare a Shubra, quartiere popoloso e popolare, dove gli egiziani meno abbienti trovano altre soluzioni per copiare l’omologazione euroamericana. Dove perdere la propria identità costa quattro spicci, e non due stipendi e mezzo.

Qui i ragazzini indossano magliette contraffatte di calciatori europei, tutti hanno uno smartphone (seppur in condizioni precarie) e, piange il cuore dirlo, tutti ballano "Despacito".

Fabio Zenadocchio

 
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