La missione ti scomoda

lo si impara a proprie spese

   Dopo poco più di una settimana in Egitto forse iniziamo a capire come è  difficile spiegare cosa vuol dire essere in missione qui. 

La prime cose che vengono in mente quando si pensa a queste esperienze sono la fatica, le attività per i bambini e i ragazzi, la costruzione di ambienti come chiese, oratori, scuole e ospedali,  sensibilizzazione su temi come la salute e la prevenzione.. insomma tante cose da FARE!
E anche noi pur credendo di aver lasciato a casa le nostre aspettative, in realtà ce le siamo portate dietro. Sapevamo di non andare a salvare l'Egitto, anche perché bisognerebbe intendersi sul significato di salvare (che può  racchiudere idee anche molto divergenti tra loro), però le energie da mettere a disposizione erano tante e questa idea di dover comunque prevalentemente "fare" qualcosa e mettersi a servizio era dominante.  

Poi qui ci siamo trovati a fare i conti con tutt'altro. 

I primi giorni l'oratorio di Zaytoun era quasi del tutto vuoto per via dello stato d'emergenza e il conseguente stop delle attività per i cristiani, motivo per cui le settimane di campeggio che erano state programmate sono saltate.
Al loro posto, poche cose da fare come sistemare gli abiti per i poveri, pulizie, piccoli traslochi, insomma quel genere di lavori che non mancano mai in qualsiasi casa che voglia mantenersi più bella e più accogliente possibile, ma allo stesso tempo non proprio il genere di lavoro che ci aspettavamo! 

Passati i primi giorni i ragazzi sono potuti tornare a giocare nel cortile dell'oratorio. Orari diversi dai nostri: dalle 18 alle 21 per i sudanesi e dalle 17:30 fino anche alle 23:30 per gli egiziani. Il caldo si sente e la stanchezza anche, dato che la mattina la sveglia è intorno alle 6:00. Eppure ci sembra poco, vorremmo fare di più, girare di più.. 

Ma la missione è  questo. Non è un tour de Force,  non è  una prova di sopravvivenza! Non siamo a "l'isola dei famosi"! Non è  il dormire poco, il mangiare male, la sofferenza  o i disagi a rendere una missione tale. Possono esserci delle condizioni problematiche, le si mettono in conto prima di partire, ma la missione non è  questo.

Quindi è  arrivato il momento di provare a raccontarvi cosa stiamo imparando:
- Vivere la quotidianità in un mondo che sembra distante anni luce dal nostro, dove neanche i gatti sono simili ai nostri e l'uva è  senza semi (tanto per dirne qualcuna).
- Creare nuove relazioni e avere il coraggio di contestarsi e lasciarsi trasformare.
 
Tante volte sentiamo forte il desiderio di cambiare ma non abbiamo forza di cercare e rimaniamo fermi nelle nostre convinzioni. Il desiderio lo sentiamo forte ma rimaniamo legati alle nostre idee di come deve essere l'altro, di ciò di cui ci sentiamo sicuri; rimaniamo fermi nel nostro modo di essere.. fermi nelle nostre sicurezze. 
In missione, invece, tutto ciò che ti sta intorno ti spinge a muoverti, non per forza al livello fisico anche solo mentalmente. Non puoi non porti delle domande, e queste creano il giusto caos che ci aiuta a riattivare il cervello e cercare. 
Cercare significa non buttare via le parole che ascolti, raccogliere frutti da qualunque incontro... Non prendendo tutto come assolutamente vero, però lo si verifica.
E spesso quello che cerchiamo si trova proprio nel luogo che reputavamo meno degno e ospitale per la nostra ricerca. 

La missione quindi, ti contesta! Ti scomoda! Ti prende a pizze e ti porta a una vita che non immaginavi, perché non la vedevi e non la potevi vedere...
Francesca Maria Pepe 
 
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