Morte di don Giovanni Soccio

Un insegnante esigente, un Sacerdote di Cristo

1. Il Profilo Biografico
Don Giovanni nasce a Rignano Garganico il 4 settembre del 1938  da Raffaele e Eufrasia Del Vecchio, il papà era agricoltore e la mamma casalinga, gente semplice, di campagna, ma gioviali.. Dopo la scuola elementare di Rignano entra nel 1950 a 12 anni  nell’aspirantato di Gaeta dove vi rimane per 5 anni conseguendo la licenza media e la quinta ginnasiale. In questo periodo scrive la domanda per essere ammesso al noviziato: “venni in questo aspirantato soltanto col desiderio di divenire sacerdote. Ebbi questa vocazione sin da piccolo. A sette anni conobbi il nome di don Bosco e mi affezionai a Lui. Già mia madre ne parlava a don Angelo Gentile, salesiano del mio paese, che si è sempre interessato di me. Ho cercato di essere disciplinato, studioso e buono, per tenermi sempre a posto colla coscienza. Non mi sono mancate le difficoltà, per cui sono rimasto insoddisfatto… forse perché cercavo troppo me stesso. Ora però, grazie al Signore, mi sento di andare avanti, benché sia un po’ timido, per cui prego il Signore. Chiedo perciò di essere ammesso al noviziato…”. I giudizi su di lui sono positivi: “molto studioso, applicato alla musica, a parte i suoi 16 anni compiuti e la discreta riuscita negli studi, ha bisogno di essere paternamente guidato”. 
Nel 1955 vive a Lanuvio il suo noviziato ed emette la prima professione religiosa nel 1956. Così manifesta la sua disponibilità: “dopo aver studiato durante tutto il mio anno di noviziato e gli altri dell’Aspirantato la vocazione, che Dio benignamente mi ha donata, mi pare che essa sia quella che più s’addice all’anima mia. Mi sembra anche di aver compreso gli obblighi che mi si impongono col seguirla. Sono contento di abbracciare tale vita perché con essa so che potrò più facilmente e sicuramente giungere alla beata eternità”. Anche i giudizi di questa fase si esprimono in toni positivi: “si è mostrato sempre buono, servizievole, esatto costantemente nel suo dovere, tolta qualche idea errata circa la pietà (esagerava un po’)”. 
Dal 1956 al 1959 compie gli studi liceali e filosofici a Roma San Callisto e il suo tirocinio pratico prima a Roma don Bosco dal '59 al '61 e poi a Frascati Villa Sora dal '61 al '62. E’ bello scoprire tra le righe della sua domanda le motivazioni profonde che lo spingono alla professione perpetua: “Io desidero legarmi in perpetuo al Signore nella Congregazione Salesiana e perciò ne faccio domanda. Ho riflettuto su tale decisione e nonostante le inevitabili prove che ho incontrate, credo che questa sia la mia vita. Ho avuto modo più che mai di osservare la vita del mondo. Esso mi è apparso bello: ma era solo una parvenza, ed in effetti poi un arruffio di futilità. Al contrario la nostra vita ci appare invero come qualcosa di affaticante, ma è una fatica dolce che ci porta ad una conquista. Nel mondo non si assapora con facilità la vittoria, non c’è il senso del sublime, ma c’è la certezza fiduciosa della verità; nel mondo ricercano continuamente la gioia, ma noi già la possediamo. Questi sono direi i miei motivi personali; ma accanto ad essi aggiungo anche il desiderio di dare anche agli altri che vivono nel mondo, questa certezza e fiducia che la vita religiosa ci dà”. Le osservazioni di coloro che ne curano la formazione evidenziano dei tratti adeguati alla vita salesiana: “si mostra ben animato per la vita religiosa, pratiche di pietà, lavoro sull’assistenza, scuola, compagnie religiose”. 
Don Soccio non aveva un temperamento facile: nei giudizi si evidenzia l’emotività, l’introversione, la problematicità e l’incertezza nell’agire eppure sempre si evince il lavoro su di sé, la ricerca a migliorarsi, l’impegno costante nell’autocontrollo e in qualunque attività svolgesse, la bontà di fondo, la serenità.
Dal 1962 al 1966 è a Castellammare di Stabia per lo studio della teologia in vista dell’ordinazione sacerdotale che avviene a Salerno il 13 aprile 1966. La sua vita salesiana viene spesa maggiormente nell’ambito dell’insegnamento scolastico nella scuola media. Dopo l’ordinazione sacerdotale dal 1966 al '67 è a Roma Sacro Cuore come insegnante e assistente e per studiare all’Antonianum e conseguire la licenza in Teologia. Dal 1967 al 1974 si trova a Cagliari don Bosco come catechista e insegnante nella scuola media e per studiare all’università statale nella facoltà di Filosofia dove si laurea nel 1974. Dal 1974 al '77 è a Genzano come insegnante. Dal 1977 al 1996 è insegnante nella scuola media del Gerini con il servizio ministeriale nella parrocchia di Settecamini. Dal 1996 al 1999 è a Roma don Bosco come insegnante di scuola media. Dal 1999 al 2004 a Villa Sora come insegnante. Nel 2004 termina il suo servizio nella scuola e vive nella comunità di Roma don Bosco fino a settembre 2019 come vice parroco. Da settembre 2019 fino al giorno della sua morte nella comunità di Roma “Artemide Zatti”. 
 
2. Le Testimonianze dei confratelli 
2.1. Un insegnante esigente 
Notavo che come insegnante era notevolmente esigente. Nelle scuole elementari e medie ha accompagnato la crescita culturale di tanti ragazzi, innamorato com'era della storia, della musica, dell'arte, della letteratura. Vedevamo in lui la persona metodica, calma, puntuale, precisa. I suoi alunni sperimentavano quotidianamente la sua dedizione per loro perché ogni ora di lezione era preparata nei minimi particolari: spiegazioni, interrogazioni e compiti erano ben programmati fin dall’inizio dell’anno. La sua lunga esperienza didattica lo aveva portato quasi a “cronometrare” i tempi di apprendimento ed assimilazione degli argomenti da parte degli alunni. Racconta un confratello: “Un episodio curioso lo vissi con lui durante una passeggiatina nel quartiere di Case Rosse, da cui provenivano diversi alunni del Gerini. Una signora, madre di un ex-alunno di Don Soccio e di una ragazza che ancora frequentava la nostra scuola, ci invitò a casa a prendere un caffè. Appena varcata la soglia la signora non faceva altro che ringraziare e tessere visceralmente gli elogi di Don Soccio per aver dato al figlio una solida preparazione, che lo aveva portato ad essere il migliore della classe nella scuola superiore in italiano. Don Soccio non si scompose affatto né si insuperbì, ma ripeté più volte – come forse aveva fatto negli anni precedenti - che il ragazzo studiava poco, che faceva errori di grammatica, che la sintassi era debole, che non sempre era logico nelle idee, etc.  La signora, da una parte ascoltava Don Soccio, dall’altra gli esprimeva ancora tanta riconoscenza per l’educazione e preparazione data al figlio. Personalmente mi rallegrai con la signora per il successo e mi persuasi ancora di più che Don Soccio non si accontentava dei risultati che otteneva dagli alunni, ma che esigeva e puntava sempre molto in alto e con tutti”. Fino all’ultimo ha continuato a leggere assiduamente e studiare utilizzando nel migliore dei modi anche internet. Era sempre aggiornato sulle vicende del mondo della chiesa, della congregazione – interveniva in modo appropriato e competente. 

2.2. Un religioso fedele
 Era sempre fedele alla preghiera comunitaria, da lui spesso guidata, negli ultimi tempi della malattia partendo anche presto per l’ospedale aveva già celebrato messa e recitato il breviario. Durante l’esposizione libera del Santissimo Sacramento il giovedì era sempre presente fino a non poter più sostenere il tono della voce per le poche preghiere. Era esemplare nella povertà, non teneva con sé mai un soldo e restituiva subito, anche gli spiccioli, se aveva fatto uso di denaro. Diceva: “Non ho bisogno di niente. La comunità mi assicura tutto”. L'obbedienza in comunità l’ha vissuta con una cura attenta dei compiti che gli venivano affidati di volta in volta: cronista, bibliotecario e scrittore di lettere mortuarie dei confratelli…

2.3. Un Sacerdote di Cristo
Fin dalla fanciullezza la sua vita non è andata oltre l'orizzonte cristiano: guardava le cose del mondo con gli occhi del credente e secondo la prospettiva della chiesa cattolica. Come sacerdote si nutriva spiritualmente soprattutto con quanto offriva la Chiesa con la sua liturgia e i suoi documenti.  La sua pacatezza, precisione e amore per la Parola di Dio li ho sperimentati anche negli anni vissuti nell’Opera Don Bosco, in questa parrocchia. I suoi orari di servizio pastorale nell’amministrare il sacramento della riconciliazione erano rispettati alla perfezione come anche il metodico pensiero quotidiano introduttivo alla celebrazione eucaristica. Era facile indovinare la durata e il tono piatto della voce, ma anche il suo desiderio profondo di introdurre i fedeli al mistero che celebravano e a vivere la Parola che Dio porgeva loro.

2.4. Un bell’esempio nel tempo della malattia
 Negli ultimi anni della sua malattia non l'ho mai udito lamentarsi. Finché ha potuto era sempre presente al suo posto in comunità.   Ha vissuto anche questo momento con modestia e discrezione, non ha mai chiesto un analgesico o  una terapia del dolore. Di fronte ai vari referti si avvertiva nei suoi occhi un po’ di smarrimento, ma anche di accettazione serena e consapevole fino alla fine.

 
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