L’esempio di Domenico e la “fase a due”

Noi e i giovani, impegnati a sognare e inventare insieme

Carissimi confratelli,
Carissimi membri della Famiglia Salesiana, 
Carissimi membri delle CEP locali, 
Carissimi giovani,

all’interno del mese mariano, la festa di San Domenico Savio mi da l’occasione di scrivervi di nuovo. Nell’anno in cui la proposta pastorale è incentrata sulla santità, mi piace proprio sottolineare questa figura, cresciuta nello straordinario clima educativo di Valdocco. Purtroppo però il santo adolescente che ha ispirato tante generazioni di giovani, salvo alcune eccezioni, oggi appare sovente ai nostri giovani una figura di riferimento lontana.

Eppure Domenico Savio è il capolavoro della pedagogia di Don Bosco. Domenico potremmo dire che è la sua “sfida raccolta”. Infatti Don Bosco aveva saputo sfidare e additare a questo ragazzo un ideale alto – la santità – gli aveva consegnato le chiavi per raggiungerlo e ciò che più conta aveva saputo dare a lui fiducia di poterlo raggiungere, pur non mancando di dargli dei correttivi. Emblematico è ascoltare come Domenico spiega tutto questo all’amico Camillo Gavio:

Noi qui facciamo consistere la santità nello star molto allegri. Noi procureremo soltanto di evitar il peccato, come un gran nemico che ci ruba la grazia di Dio e la pace del cuore, procureremo di adempiere esattamente i nostri doveri, e frequentare le cose di pietà. Comincia fin d’oggi a scriverti per ricordo: Servite Domino in laetitia, servite il Signore in santa allegria”.

L’aspirazione alla santità in Domenico non era tuttavia finalizzata a una egoistica autorealizzazione, ma a un cercare di allargare il bene a più persone possibile. L’anelito di ogni adolescente a scoprire e affermare la propria identità viene quindi risolto da Domenico nel servizio all’altro, nel dono di sé.

Possiamo dire senz’altro che Domenico Savio è stato anche un dono per don Bosco. Il Signore ha suscitato sia il santo educatore che il santo ragazzo. Domenico è stato per don Bosco una indicazione di percorso, la dimostrazione che era possibile una via di santità anche in età così tenera. Noi non siamo certo qui ad esaltare il fatto che un ragazzo sia morto a 15 anni (quando accade diciamo che è una tragedia enorme!), ma il fatto che anche in un lasso di tempo così breve abbia potuto raggiungere un livello così alto di vita, o meglio la pienezza di vita possibile a un adolescente. Don Bosco è stato il sarto che ha saputo trasformare la “stoffa” nel vestito, ma prima di tutto è rimasto affascinato da una stoffa che non si era dato e che aveva ricevuto. Proprio come accade con ogni giovane che riceviamo in dono nelle nostre realtà: una stoffa grezza da lavorare, ma prima ancora da contemplare. Don Bosco da Domenico è stato a sua volta istruito. E non è stato certamente l’unico adolescente da cui don Bosco ha imparato qualcosa. Papa Francesco nel messaggio che ci ha regalato per il CG28 sottolineava proprio questo tratto dell’esperienza che don Bosco visse a Valdocco:

Lungi dall’essere agenti passivi o spettatori dell’opera missionaria, essi [i giovani] divennero, a partire dalla loro stessa condizione – in molti casi “illetterati religiosi” e “analfabeti sociali” – i principali protagonisti dell’intero processo di fondazione. La salesianità nasce precisamente da questo incontro capace di suscitare profezie e visioni: accogliere, integrare e far crescere le migliori qualità come dono per gli altri, soprattutto per quelli emarginati e abbandonati dai quali non ci si aspetta nulla. Lo disse Paolo VI: «Evangelizzatrice, la Chiesa comincia con l’evangelizzare sé stessa... Ci vuole dire, in una parola, che essa ha sempre bisogno d’essere evangelizzata, se vuol conservare freschezza, slancio e forza per annunziare il Vangelo» (Esort. ap. Evangelii nuntiandi, 15). Ogni carisma ha bisogno di essere rinnovato ed evangelizzato, e nel vostro caso soprattutto dai giovani più poveri. Gli interlocutori di Don Bosco ieri e del salesiano oggi non sono meri destinatari di una strategia progettata in anticipo, ma vivi protagonisti dell’oratorio da realizzare. Per mezzo di loro e con loro il Signore ci mostra la sua volontà e i suoi sogni. Potremmo chiamarli co-fondatori delle vostre case, dove il salesiano sarà esperto nel convocare e generare questo tipo di dinamiche senza sentirsene il padrone.

Le sottolineature del Papa ci ricordano quello che per don Bosco era chiaro e che spesso dimentichiamo nella pratica: in ogni giovane vi è un punto accessibile al bene, ma in ogni giovane può stare addirittura la profezia. La festa di san Domenico Savio – al di là di ogni aneddotica – quindi è proprio l’esaltazione di quella che potremmo definire una “adolescenza” riuscita, ma per dire che ogni adolescenza può riuscire senza dover per forza rimandare la pienezza della vita alle fasi successive ed essere germe di futuro per gli altri. E questo vale tanto per i “Domenico Savio” tanto per i “Michele Magone”, ciascuno per quel che è possibile.

In questi giorni siamo anche a ridosso di un altro anniversario, la famosa lettera da Roma(10 maggio 1884) di don Bosco. Questo scritto programmatico è stato richiamato continuamente durante il Capitolo Generale appena concluso (o meglio interrotto). Come allora siamo stati invitati a confrontarci ancora con l’esigenza sempre nuova di tornare ai giovani, di stare con loro, di essere presenti in mezzo a loro e non solo lavorare per loro. Per don Bosco attraverso la presenza è possibile infatti stabilire quella confidenza che porta ad aprire i cuori e a fare proposte alte da un lato e ricevere ispirazioni dagli stessi giovani dall’altro. L’ascoltare e il rendere continuamente protagonisti adolescenti e giovani ha permesso a don Bosco di trovare la mediazione concreta di quello che il Signore gli ispirava. Erano i giovani lo scopo, ma spesso anche lo strumento del suo discernimento e della sua comprensione della volontà di Dio.

Devo ringraziare i tanti confratelli e laici che oltre a continuare a portare avanti da quasi tre mesi un ordinario “straordinario”, hanno avviato anche una interessante riflessione che ha come obiettivo immediato le attività estive, ma che si allarga e che sta facendo emergere un bisogno di concentrarci maggiormente sulla fascia adolescentiNon si tratta ovviamente di un’attenzione escludente il resto, ma certamente di una istanza che è nel nostro “DNA”. Con i nostri adolescenti occorre fare quanto prima una riflessione su questo tempo, per capire che segni sta lasciando dentro di loro, ma anche per trarre da loro germi di rinnovamento. A ben vedere questo metodo è quello che ha usato il nostro buon padre e quello che fa parte della nostra tradizione. È cominciata la “fase 2”. Siamo tutti a cercare di capire cosa accadrà alla curva dei contagi, perché questo determinerà innanzitutto la fine delle morti per virus o la loro continuazione, ma anche perché questo determinerà o meno un ritorno alla normalità dopo la conta dei danni. È cominciata la “fase 2” anche per il grande mondo salesiano. Anche noi stiamo cercando di capire – con grande fatica e poche certezze! – cosa potremo o non potremo fare quest’estate, che ne sarà dei nostri centri estivi, dei campi formativi, dei pellegrinaggi, delle feste. Probabilmente dovremo attendere ancora un po’ per capirlo. È certo che non potremo fronteggiare tutti gli enormi problemi che si sono accumulati in questi ultimi tre mesi, ma quelli che ci competono sì. E ci competono proprio quelli che sono legati ai giovani, perché insieme alla conta dei danni economici dobbiamo fare la conta dei danni educativi di questo periodo. Forse abbiamo reimparato in questi mesi a metterci in ascolto, a contemplare, a chiedere al Signore delle luci sul cammino. Non basta: la nostra storia ci insegna che ogni snodo passa per saper guardare i giovani. Lo avevamo già detto: senza perdere questo atteggiamento di ascolto del Signore, ascoltare anche i giovani soprattutto in questo tempo ci aiuterà a non cadere nella tentazione di riapplicare quello che conosciamo e che abbiamo sempre fatto e guardare avanti.

Tra Domenico e don Bosco si creò un rapporto “a due” in cui al centro stava il Signore, il servizio agli altri e il cammino di santità. Anche per noi la “fase 2” potrebbe essere un nuovo inizio di una “fase a due”: noi e i giovani, impegnati a sognare e inventare insieme. Questo atteggiamento sono sicuro che ci aiuterà anche a scelte ancora più grosse che ci troveremo senz’altro a prendere nei prossimi mesi.

Buona festa di San Domenico Savio a tutti! Un abbraccio a tutti

Roma, 6 maggio 2020

Festa di san Domenico Savio

Don Stefano

 
Salva Segnala Stampa Esci Home