I SOGNI DI DON ANGEL

Cinque frutti del Bicentenario di Don Bosco.

(ANS – Roma- 13 agosto 2015) – La lettera del Rettor Maggiore dell’inizio dell’anno, intitolata “Come Don Bosco con i giovani e per i giovani”, era indirizzata a tutta la Famiglia salesiana; essa costituiva il commento alla Strenna 2015. 

Questa lettera che ci giunge ora, proprio prima della conclusione del Bicentenario della nascita di Don Bosco, è propriamente la seconda lettera indirizzata alla Congregazione. Ecco ora alcune chiavi di lettura della lettera di don Francesco Cereda, Vicario del Rettor Maggiore.

La Lettera fin dal titolo esprime la sua intenzionalità fondamentale. Essa si prefigge di evidenziare i frutti attesi dalla celebrazione del bicentenario per la Congregazione, perché essa “abbia vita in abbondanza”. Il bicentenario ha provocato senza dubbio una più diffusa proiezione esterna del carisma di Don Bosco, ossia una maggior visibilità, un più vivo collegamento con la Famiglia salesiana, un più diretto impegno con la chiesa locale e con il territorio, ma soprattutto un più grande coinvolgimento dei giovani. Il Rettor Maggiore però intende soffermarsi sugli effetti “ più interiori e intimi” del bicentenario, ossia quelli che produrranno più vita e vitalità per la Congregazione, più identità e più appartenenza. In questo senso il bicentenario è stato ed è un “anno di grazia” per tutti noi.

Il primo frutto atteso è la felicità di ogni salesiano. Il Rettor Maggiore, come Don Bosco, desidera che ogni confratello possa vivere la gioia vocazionale. Non si potrà comunicare ai giovani la gioia del vangelo, “evangelii gaudium”, se non viviamo la gioia della vocazione, “vocationis gaudium”. Per questo il Rettor Maggiore dimostra vicinanza e comprensione per quei confratelli che si trovano in difficoltà e vocazionale e li invita a “tornare all’amore di prima”, ai momenti della prima risposta vocazionale, all’amore al Signore Gesù e a Don Bosco. Egli chiede che anche la comunità aiuti a rimuovere quegli ostacoli che creano mancanza di senso di appartenenza, freddezza relazionale, stanchezza spirituale, poco slancio apostolico.

Gli altri frutti, che il Rettor Maggiore si attende, riprendono ciò che egli aveva espresso nel discorso di chiusura del CG27 e nella sua prima lettera alla Congregazione del settembre scorso. Non si tratta di ripetizioni, quanto piuttosto di una ripresa delle tematiche programmatiche del sessennio, prospettate fin dagli inizi, ma con ulteriori specificazioni. D’altra parte egli ritiene importante non disperdersi su molteplici fronti di impegno, quanto piuttosto di concentrarsi sugli stessi compiti fondamentali indicati alla Congregazione. Viviamo in una cultura della dispersione e della frammentazioni; è importante perciò concentrazione e convergenza, con quella attenzione che il Papa Francesco in occasione della Sua visita a Valdocco il 21 giugno scorso ha evidenziato come nostra caratteristica salesiana: la concretezza.

Il Rettor Maggiore ci domanda allora concentrazione sulle sfide fondamentali che ci attendono come Congregazione . Innanzitutto ci chiede di portare frutto nella nostra vita mistica, nella capacità di lettura credente della realtà, nella ricerca di Dio, nel nostro rimanere in Cristo e in Lui amare e portare frutto. Inoltre ci indica l’impegno per i giovani più poveri, diventando noi stessi poveri; si tratta di un cammino che richiede scelte concrete per i poveri e abbandono di mentalità di potere e forza. Infine egli chiede di metterci in sintonia con la “Evangelii gaudium” di Papa Francesco e di non avere paura di affrontare le sfide della evangelizzazione, di non fermarci alla soglia nella proposta del vangelo, di avere il coraggio di proporre a tutti di vivere l’esistenza come l’ha vissuta Gesù, di essere autentici evangelizzatori ed educatori alla fede. Il Rettor Maggiore ci chiede quasi un esame di coscienza personale e comunitario: abbiamo fatto qualche passo in più nell’affrontare queste sfide nel cammino che la Congregazione ha intrapreso?

Se il punto di partenza per il Rettor Maggiore è il sogno di una Congregazione di salesiani felici, il punto di arrivo è la realizzazione di una Congregazione missionaria. Ciò fa parte della nostra identità fin dagli inizi della nostra storia, perché Don Bosco ha sognata una Congregazione così caratterizzata e ha dato passi per concretizzare questo sogno. La capacità missionaria è una grande ricchezza della Congregazione. Ora siamo più consapevoli e certi: questa prospettiva deve caratterizzare il sessennio. Ogni salesiano deve essere missionario; la Congregazione per essere fedele al vangelo, alla Chiesa e a Don Bosco deve essere missionaria; i confratelli che si sentono chiamati alla vita missionaria non abbiano paura a inviare la loro domanda al Rettor Maggiore; le Ispettorie e gli Ispettori siano generosi nel suscitare le vocazioni missionarie.

La lettera termina con l’affidamento della Congregazione e della missione a Maria Ausiliatrice, con la preghiera di Papa Francesco espressa nella Enciclica “Lumen fidei”.

 
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