don Pascual Chavez risponde

Intervista a Rettor Maggiore emerito, in occasione della visita di Papa Francesco in Messico.

Lo abbiamo raggiunto a Catania, impegnato con la Famiglia Salesiana per un Triduo sulla Misericordia.
 Come sempre è stato subito disponibile per rispondere alle nostre domande. Non potevamo perdere l’occasione nel fare memoria che Don Pascual Chavez Villanueva, Rettor Maggiore emerito, è nato in Messico.

1. Si è appena concluso il viaggio di Papa Francesco in Messico. Pensando al popolo messicano e soprattutto ai giovani, quale il messaggio fondamentale da accogliere tra i tanti lasciati da Papa Francesco?

Come tutte le visite pastorali di Papa Francesco, il messaggio fondamentale è quello della gioia del Vangelo, che per lui rappresenta il suo progetto storico di Chiesa, con tutto quanto ciò comporta:

  • non una evangelizzazione o azione pastorale ordinaria, solita, conosciuta, ma un ripartire del primo annuncio, del kerygma, come esperienza di Dio, esperienza di Vita, che trasforma la persona e la converte immediatamente da discepolo in missionario capace di condividere con altri l’esperienza vissuta;
  • una Chiesa in uscita, vale a dire, missionaria, che non si rassegna a curare i pochi eletti che ci sono già dentro, ma che ha il coraggio e la parresia di andare incontro ai lontani, a tutti coloro che per motivi diversi o non sono stati mai raggiunti o sono rimasti indifferenti o, peggio, erano stati esclusi;
  • una Chiesa che fa della misericordia l’architrave del suo essere e agire, rispecchiando sempre più fedelmente il Padre e il Signore Gesù Cristo; e architrave della fede con un grande impegno sociale, perché questa dimensione aiuta a fare della scelta per i poveri e gli esclusi non un optional, ma un criterio di verifica di autenticità.

Insieme a questo messaggio, almeno per  quanto sono riuscito a seguire dei diversi incontri, Papa Francesco ha sottolineato che la Chiesa deve recuperare la sua memoria storica, compreso il periodo della “cristiada”, in cui i cristiani hanno avuto il coraggio di manifestarsi e di lottare.

Si tratta di un appello non tanto alla nostalgia del passato quanto una chiamata a non cedere alla tentazione della rassegnazione e della paralisi dinanzi alla ingiustizia sociale, alla violenza, al narcotrafico.

Di fatti parlando ai giovani, nell’incontro con loro a Morelia, ha detto tre parole programmatiche: ricchezza, speranza, dignità.

La ricchezza rappresentata dalla loro giovinezza, dalla loro persona, dalle loro possibilità, dai loro talenti e desideri. Ricchezza che però deve essere messa a frutto, deve essere sviluppata attraverso l’educazione e formazione in modo tale che diventi davvero una speranza per tutti, ad incominciare da sé stessi.

La speranza che trova il suo fondamento in Dio, ma che viene a riempire di senso, di energia, di orizzonte la loro esistenza, come qualcosa di solido su cui poggiare una vita e costruirla e rilanciarla verso gli altri.

La dignità da mai perdere,  sacrificandola al miraggio della mercificazione, cedendo alla tentazione di un modello di uomo fatto di successo, di denaro, ma egoista e chiuso in se, o anche alla paura dinanzi ai grossi problemi sociali che attanagliano la società. Ecco il perché dell’appello a non avere paura della realtà, ma ad affrontarla con coraggio, a camminare diritti, con la faccia in alto.

2. E‘ stato detto che Ciudad Suarez è la "Lampedusa del Nord-America". Papa Francesco ha celebrato Messa con fedeli situati in due distinti Stati, separati da un : uno dei tanti che ora si vanno costruendo. Comunque il Papa ha visitato un luogo segnato da un forte fenomeno migratorio. Dove e perché nasce questo fenomeno, che ha origini oltre il Messico.

I popoli hanno sempre migrato cercando condizioni di vita migliori. L’ Europa, tra l’altro, non dovrebbe dimenticare che è stato un continente non soltanto di conquiste e colonizzazioni, ma anche d’immigrazioni!

L’onda di immigranti che procedono da tutta l’America latina verso il Nord dell’America, specialmente dal Centro America e dal Messico, oggi come ieri è segnata dal sogno di raggiungere quei luoghi dove possano trovare lavoro.

Sono moltissime le famiglie che con l’invio dei dollari ricevuti dai loro familiari entrati negli Stati Uniti riescono ad andare avanti economicamente nei propri paesi e anche per questo, almeno in alcuni paesi piccoli, essi rappresentano un income non indifferente.

Tuttavia la grande differenza con la situazione del Medio Oriente, Africa Nord, Mediterraneo ed Europa, è che là non abbiamo a che vedere con rifugiati politici o in fuga per le guerre, ma semplicemente con immigranti.

3. I Salesiani sono presenti lungo tutto il confine tra il Messico e gli USA. Lei è stato un promotore di questa presenza. Può dirci qualcosa di  specifico su questa realtà ?

La scelta di andare proprio nelle frontiere geografiche, culturali, religiose, esistenziali, del Messico è stata una scelta della Ispettoria di Guadalajara dal 1986, partita non dai Superiori, ma da confratelli, che volevano davvero, in fedeltà al carisma e missione di Don Bosco, recarsi nei luoghi più affollati e anche abbandonati, con un tipo di presenza che fosse innovativa, almeno nei confronti delle opere tradizionali, sia per la forma di concepirla, di costruirla e di gestirla. Si è trattato di rispondere ai bisogni degli ultimi, in dialogo con le autorità civili e religiose, con progetti che coinvolgessero tutta la popolazione, facendo sì che diventassero un progetto della città e non dei Salesiani, con la co-responsabilità di tantissimi laici adulti per la costituzione dei Patronati, per la ricerca di fondi e la gestione economica, per la collaborazione del funzionamento delle opere e servizi, per l’inserimento come volontari.

Tuttora tutte queste presenze fondate lungo i tremila chilometri di frontiera tra il Messico e gli Stati Uniti funzionano come una vera e propria rete di oratori situati nei quartieri più poveri delle diverse città: Tijuana – San Diego, Mexicali - Nogales, Ciudad Juárez – El Paso, Acuña, Piedras Negras – Eagle Pass, Nuevo Laredo – Laredo.

4. Valdocco era periferia. Ora Papa Francesco insiste sulle periferie e le visita e si rende presente. Possiamo dire che le “periferie” fanno parte del DNA del carisma salesiano ?

Don Bosco è stato un prete di strada, anzi di periferia. Sulla strada cercava e incontrava i ragazzi e andava a trovarli dove lavoravano per essere loro vicino, per proteggerli dallo sfruttamento nel lavoro. Almeno così sono stati i suoi inizi e non dobbiamo dimenticare che nelle origini c’è sempre l’originalità di un carisma.

La missione e l’azione “carismatica” di don Bosco non sono state un susseguirsi di opzioni di ogni genere (materiali, spirituali, studi, fondazioni, contatti, viaggi, scritti…) ma avevano a fondamento un’opzione fondamentale, una “predilezione”: la gioventù. Nel novembre 1846 don Bosco inaugurò un’avventura imprevedibile che si chiuse solo con la dolorosa e fiduciosa agonia del gennaio 1888, un’avventura sorretta da intraprendenza, senso del rischio calcolato, coraggio, fede, larghezza di cuore. Tutta la sua vita fu assillata da un solo desiderio: mettere i giovani in condizioni di crescere e realizzare al meglio la loro vocazione, i loro progetti, i loro sogni. Non sarebbe difficile verificarlo: basterebbe seguire giorno dopo giorno la sua vicenda umana; basterebbe leggere le lettere una dopo l’altra.

Tale scelta per i giovani si espresse in tutte le possibili dimensioni di una paternità voluta e percepita come tale: familiare, educativa, scolastica, lavorativa, educativa, psicologica, ludica, artistica… I giovani poterono “far capitale” su di lui, “tutto consacrato a suoi educandi” come scrive nel famoso “Trattatello sul Sistema Preventivo“. La “consacrazione” si tradusse in presenza personale, essenzialmente immediatezza, trasparenza e donazione. Si potrebbe anche aggiungere che la sua dedizione ebbe un ritmo inversamente proporzionale a quello delle energie fisiche: quella crebbe col declinare di queste.

I giovani, la dedizione totale ad essi, fu il proprium, lo specifico della mentalità, della spiritualità e della paternità di don Bosco fin dall’inizio, con forti maturazioni progressive. Loro sono stati la sua unica causa, il suo sogno, la sua missione. Attorno a questo nucleo centrale si sono poi cristallizzati tutti gli altri elementi della sua visione umana e religiosa del mondo, dando loro una fisionomia caratteristica.

Questo è dunque il cuore del suo messaggio nella Chiesa e nel mondo, quello che, anche storicamente, ha colpito di più i contemporanei, con crescente coinvolgimento fino ai nostri giorni, quello che lo rende valido e attuale.

All’interno dell’opzione giovanile don Bosco operò un’altra scelta: quella delle gioventù “povera ed abbandonata”, “pericolante e pericolosa”. E’ sufficiente, come documentazione, una rapida rassegna:

- A costituire il primo mondo oratoriano sembrano concorrere sia un numero probabilmente molto limitato di ex-corrigendi che, in maggior numero, giovani immigrati (estranei culturalmente e linguisticamente al mondo religioso torinese) e in genere giovani senza forti legami con le rispettive parrocchie. Eccetto la prima eventualità, è la situazione normale di tutti gli oratori successivi con annesse scuole domenicali e serali o anche diurne, società di mutuo soccorso, società operaie, associazioni di varie specie.

- Apparentati socialmente e culturalmente, ma forse a un gradino più alto, erano accolti nell'oratorio e nell'ospizio annesso studenti e artigiani lontani dalla "patria", che andavano in città per apprendere un mestiere o compiere studi che li abilitavano a un impiego.

- A un certo numero di giovani appartenenti a questa categoria o in particolari difficoltà oppure con qualche maggior disponibilità economica e che lo richiedessero venne anche aperta la possibilità di apprendere il mestiere in laboratori organizzati all'interno dell'ospizio o di compiere gli studi in scuole sistemate in collegi. Questa popolazione rientrava normalmente a norma di regolamento nelle due diverse categorie sociali: la "classe povera" e il "ceto medio".

- Esigenze particolari favorirono pure l'istituzione di scuole (elementari, umanistiche, professionali, agricole), esternati, collegi anche per ceti medio-alti dove si trattava di contrastare analoghe iniziative laicali o protestantiche o di assicurare un'educazione integralmente cattolica secondo i canoni fondamentali del sistema preventivo.

- Una categoria a sé fu costituita da quei giovani tra i più poveri e pericolanti che si trovavano nei luoghi di missione, mancanti della luce della fede, “immersi nelle tenebre dell'idolatria”, considerata, secondo moduli ottocenteschi, dominio incontrastato del demonio. Naturalmente l'azione missionaria non si fermava ai giovani, ma tentava di coinvolgere tutto il mondo che li circondava, né si limitava all'azione strettamente pastorale, ma si interessava a tutti gli aspetti della loro vita, civile, culturale, sociale.

- Infine, vennero privilegiati senza distinzione di classi i giovani che manifestassero propensione per lo stato ecclesiastico o religioso. Era il dono più prezioso che si poteva fare alla Chiesa e alla stessa società civile.

La proclamata preferenza per i più poveri è ritenuta da Don Bosco compatibile sul piano non solo pratico, ma anche regolamentare con la massiccia destinazione di scuole e collegi alla "classe media".

Di fronte a una società sempre più minacciosa e diseducante, don Bosco ritenne bisognosa di aiuto in misura crescente tutta la gioventù, per se stessa fragile, spesso "abbandonata" (trascurata, sottovalutata dagli stessi genitori) e "pericolante". I ragazzi in quanto tali finivano per essere considerati tutti "a rischio", senza distinzione di livelli economici e culturali e di classi sociali. Ecco il perché dell’importanza della scelta per l’educazione.

5. Quanto "le periferie” possono costituire un elemento formativo per i Salesiani, consacrati e Cooperatori, e non meno per il Movimento Giovanile Salesiano ?  

Io non so cosa farebbe Don Bosco oggi! Però conosco bene ciò che ha fatto nel passato, quando egli visse, e la forma in cui affrontò le sfide e le scelte fatte. Certamente ora devo fare io per essere fedele a lui.

E così spiego tutto il nostro impegno ad aiutare a rinnovare in profondità la Congregazione e la Famiglia Salesiana e il Movimento Giovanile Salesiano e la nostra presenza educativa, per riuscire ad essere un’interpretazione fedele di Don Bosco oggi, in cui egli stesso si ritrovi e in cui gli altri possano riconoscerlo.

Di modo particolare, vorrei ribadire qualcosa che ho detto tante volte come Rettore Maggiore. Se la vita salesiana prendesse sul serio l’appello a lasciare i nidi ed andare nelle periferie geografiche, culturali, esistenziali, potrebbe rinnovarsi profondamente all’interno e nella sua missione. Penso che potrebbe ricuperare la sua freschezza, il suo slancio, la sua audacia, la semplicità degli origini, la forza della sua fraternità e la significatività della sua presenza e azione. Capita sovente che la storia provochi nelle istituzioni quello che si produce nella persona umana: più esperienza e meno energia, più struttura e meno creatività, più sicurezza e meno audacia, più rilevanza sociale e meno identità evangelica.

Il meglio sarebbe naturalmente un equilibrio di questa serie di fattori.

6. Non rimane che farci qualche augurio.

Mi auguro e faccio voti che dopo la celebrazione del bicentenario della nascita di Don Bosco, nel 2015, possiamo ripartire da lui, dalle sue grandi ispirazioni, motivazioni e scelte, perché abbiamo non solo una bella storia da raccontare ma anche ancora una stupenda storia da scrivere.

GRAZIE DON PASCUAL !

 
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