Sars-CoV2 e Liturgia della vita

10 maggio 2020

 

Testimonianza di Anna, Infettivologa e Salesiana Cooperatrice all’Oratorio La Magione di Siena.


Ubbidisco piano alla richiesta delicata di una testimonianza di questi due mesi e mezzo in compagnia del Coronavirus-19 e mentre inizio a scrivere, mi sale il nodo alla gola e mi si appannano gli occhi: mi sorprende questa reazione, ma la accolgo. Sono circa tre settimane che cerco di apprestarmi a scrivere; riesco a farlo solo oggi, dopo un incontro benedetto su zoom con i giovani universitari dell’Oratorio, guidati da don Emanuele per una lettura di questi nostri tempi in compagnia dei discepoli di Emmaus.

Manda la tua luce e la tua verità, siano esse a guidarmi” Sal 42

Da infettivologa ho osservato COVID-19 da lontano, ai tempi della Cina, sospesa come tuttisul futuro: si sarebbe arrestato come SARS e MERS, sue cugine di primo grado, oppure ciavrebbe travolto come stava accadendo in Cina? Ad un certo punto della sorveglianza, mi èstato chiaro che sarebbe arrivato in Italia, e anche al nostro Ospedale di Siena. E’ stato un“avvistamento” graduale che mi ha consentito di preparare il cuore ai giorni futuri, finoall’impatto d’urto previsto ed atteso. Uno sguardo diretto ed intenso di un amico, senza dirsiparole, aveva colto, che di lì a poco ci sarei stata in mezzo. L’ultima liturgia comunitaria acui ho potuto partecipare, la liturgia delle Ceneri, ha preceduto di poche ore il mio distaccodalla famiglia e dall’oratorio, con l’intento di proteggere le persone a cui volevo bene da uneventuale contagio che potesse dipendere da me, come è stato per molti altri sanitari. E’ statouno strappo forte, una vera quaresima nella quaresima, un digiuno dagli affetti e dallerelazioni più feconde ed intime. L’ho accolto e consegnato al Signore. Ho scritto al mioparroco e amico “ho con me tutto ciò che mi serve, il Signore, la Parola, il vostro affetto”.Non potendomi confessare dal mio direttore spirituale né dal mio parroco a causa dellockdown ho cercato il cappellano dell’Ospedale per mettermi in Grazia di Dio. Ho portatocon me poche cose a cui proprio non potevo rinunciare: tra queste la Bibbia, il mio rosario ealcuni libri di don Bosco che mi avrebbero fatto compagnia. Per il primo mese ho vissutosenza la presenza della mia famiglia, con Gesù nel cuore, la compagnia della Parolaquotidiana offerta dalla Chiesa mia madre, il timone di Papa Francesco con la Messa delmattino, la guida dolce e forte del mio direttore spirituale nei momenti più duri; ho lavoratointensamente, studiato il COVID-19 durante il riposo, pregato il Signore perché mi desse ilsuo sguardo e solo il suo sguardo nel leggere gli eventi.

Ed era notte” Gv 13,30

I giorni successivi ci hanno visti travolti dagli eventi. I malati arrivavano quasi sempre nelcuore della notte, con il buio, quando le energie sono più fragili e le forze più esauribili.Strappati dalle loro famiglie, non vi era possibilità di visite, non volti amici, non contattidiretti, non il conforto di confessione o Eucaristia in momenti che potevano essere gli ultimidella vita; solo la nostra mediazione, privata però di ogni tratto umano visibile, attraverso idispositivi di protezione individuale, la voce artefatta, lo sguardo dietro una visiera spessoappannata. L’impiego di strumenti sanitari massimali, respiratori, cateteri venosi centrali,pompe, necessari per il recupero della salute violavano i loro corpi sofferenti. Le lacrimedegli infermieri, angeli benedetti piegati dalla fatica e dall’oggettivo impatto emotivo, siaggiungevano allo sgomento dignitoso dei pazienti. A fine visita contattavamo ad uno ad unoi familiari, per dare notizie, per confortare clinicamente quando era prevedibile il recupero,per sostenere sempre umanamente: “non vi preoccupate, voi non potete essere qui, ma noisiamo vicini, non li lasciamo, siamo con loro, accanto, insieme, lottiamo con loro e ce lamettiamo tutta per rimandarli da voi”. A fine telefonata ci lasciavano grati. Alcune volte hopianto: era fortissimo il dolore che vedevo intorno a me e disumana la condizione deipazienti. Ho accolto e consegnato al Signore. Era quaresima. Nel messaggio di un consacrato condiviso dal mio collega e amico era racchiuso tutto.“Nella via dolorosa diGesù al calvario che meditiamo in questo tempo di quaresima, una donna Veronica asciugòil volto insanguinato del Signore e un uomo Simone di Cirene lo aiutò a portare la croce .Oggi in questa dolorosa via crucis della nostra patria siete voi, cari medici, cari infermieri,OSS , volontari e addetti alla sanificazione a svolgere questo compito di consolare e diaiutare a portare questa pesante croce. Cristo e la sua madre addolorata ve ne sono grati esoffrono insieme a voi. Non vi sentite soli in questa vicenda misteriosa che cambierà ilmondo. Quando vi sentirete scoraggiati e oppressi da questo peso, saranno loro adasciugarvi il sudore e a riprendere la croce. Gesù Eucaristia presente nella cappella delvostro ospedale è la fonte della vostra forza e del vostro coraggio. Vi affido al cuoreimmacolato di Maria perché vi protegga e vi custodisca voi e i vostri cari” (1). Ancora laconsolazione da parte di un uomo di Dio e la conferma del cuore che non ci serviva nientealtro: solo rimanere abbracciati all’Eucaristia, saldi nel Signore, fermi nella Speranza di Luinostra fortezza.

Una mattina in reparto ho trovato tra i ricoverati in insufficienza respiratoria, un mio amico,uomo di grande fede, già provato dalla malattia prima del COVID-19. Non avevo ancorariflettuto sulla possibilità di dover accompagnare un amico in questo percorso e temevo diperderlo. Se peggiorava ancora, nessuno lo avrebbe intubato, in considerazione delle suecondizioni di base: dovetti dirlo alla famiglia con grande dolore. Tutte le mattine si facevastrada in me il desiderio forte di portargli almeno il conforto dell’Eucaristia, ma io non sonoministro dell’Eucaristia, lui era in Insufficienza respiratoria e i cappellani non potevanoentrare. Spessissimo durante la giornata pregavo così: “Signore, se vuoi entrare qui dentro,devi farcelo capire”.

Ecco, faccio una cosa nuova, proprio ora germoglia. Non ve ne accorgete?” Is 43,19

Ha cominciato a farsi strada in me il pensiero, che quello che all’inizio poteva sembrare soloun pericolo, un dolore, un’immensa fatica, era forse un privilegio assoluto agli occhi delSignore e ho sentito la leggerezza di essere grata.

Dopo un mese di lavoro, i malati aumentavano ed occorreva reclutare altri specialisti percostruire un team di lavoro multidisciplinare. Andrea, mio marito, internista, è sceso alavorare in COVID. E’ stato per me il momento più difficile, avrei voluto proteggerlo,difenderlo, tutelarlo. “Stolta e tarda di cuore nel credere”....dopo 48 ore di lotta interioreho accolto e consegnato. Si è allontanato anche lui dal resto della famiglia e mi ha raggiunto.E’ iniziato un periodo di lavoro faticosissimo ma sottoposto ad un ritmo coniugale sacro,calmo, stabile, dolce e sicuro, scandito dall’Eucaristia, dalla meditazione della Parola, dalBuongiorno col Vangelo, la Novena a Maria Ausiliatrice....tutto ancora più bello e forte, conla candela accesa della preghiera e della speranza. Mai stato così bello e dolce. Intanto inostri figli, ormai giovani-adulti, tra lavoro e studio facevano da fortezza alla nonna di 94anni, sollevandoci dalla preoccupazione per le cure ai grandi anziani di casa, portandocicene da asporto, simbolo della cura nella fatica. La percezione era che ognuno stessecercando di svolgere con docilità e amore il proprio compito. Eravamo grati.

Continuavo a pregare perché almeno per Pasqua i pazienti COVID che lo desideravanopotessero ricevere l’Eucaristia. “Mio Signore e mio Dio” Gv 20,28 . Essere raggiunti dalSignore, dove la legge non consente neppure ai familiari di entrare, sarebbe stata laconsolazione più grande, avrebbe dato al loro cuore la certezza di essere amati dal Signoresenza misura, sarebbe stata Pasqua per primi per loro. Il sabato Santo sono stata contattatada una collega Anestesista, Ministro Straordinario dell’Eucarestia. Ci siamo organizzaterapidamente e con l’aiuto dei cappellani dell’Ospedale e del mio amico e collega che era di turno, nel giorno di Pasqua il Signore ha raggiunto i malati in reparto COVID. E’ stata unaconsolazione grande, una carezza e una gioia immensa, manifestata con gratitudine daipaziente stessi. Ed è un fatto che quando il Signore vuole una cosa, quella cosa si compie,attraverso mani e volti che “ragionano come Giovanni, con l’intelligenza del cuore” (2) Ilmio amico e collega ha scritto il giorno di Pasqua: “Oggi in corsia abbiamo avuto lapossibilità di “prescrivere” Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo , unica speranza e salvezzadei nostri cuori, della nostra anima e di ogni malattia. Grazie a voi, con stima ericonoscenza”. Un altro amico e collega Rianimatore si era affiancato al percorso, eravamoin quattro. Alcuni giorni dopo il nostro Pastore, Arcivescovo Augusto Paolo Lojudice, ciincontrava, conferendoci in un clima di familiarità e preghiera, il mandato “ad Actum” diMinistri Straordinari dell’Eucaristia, perché in questa pandemia, non abbia mai a mancare aipiù fragili il vero Pane di vita.

Eravate erranti come pecore, ma ora siete stati ricondotti al pastore e custode dellevostre anime” 1 Pt . Il nostro cuore finalmente riposava e non era più una intuizione, mauna certezza dell’anima, che la presenza in reparto COVID è un privilegio.

Non è qui. E’ risorto”Mt 28,6

Col passare dei giorni la tensione si è allentata, l’organizzazione è diventata sempre più solida, le condizioni di molti malati si sono stabilizzate, abbiamo potuto rimandare alle lorofamiglie molti pazienti. Il momento della dimissione è stato spesso un atto di amorereciproco bagnato dalle lacrime della gioia e della gratitudine. Non abbiamo mai potutoabbracciarci ma avevamo raggiunto l’unità dei cuori.

Anche il mio amico, che avevo temuto di perdere, è stato dimesso da Andrea in tempo diPasqua. Molta Chiesa di Siena aveva pregato per lui. Questo un suo pensiero: “Il diluvio dipreghiera che si è rovesciato su di me , mi ha tratto fuori dalla secca del torrente e spintoverso la foce della salvezza. Il vento dello Spirito mescolato alle vostre preghiere mi haallontanato dal centro della bonaccia. L’amore che reggeva il timone mi ha condotto alporto della mia sicurezza. La comunione dei Santi ha innalzato con voi un coro allapotenza, misericordia, bontà di Dio per me che sono un povero peccatore. Ma chi capiràmai quanto la misericordia di Dio supera i nostri pensieri?”. Il Signore gli si è fattocompagno di viaggio e non lo ha mai lasciato solo.

Vicino o lontano io penso sempre a voi”Don Bosco 10 maggio 1884

In questo tempo ho vissuto in un mondo parallelo, ma “vicino o lontano ho pensato semprea voi miei cari giovani” anche se solo raramente e quasi mai in tempo reale ho potutocomunicarvelo. Non vi ho pensato per le attività che non potevamo fare, per la portatemporaneamente chiusa dell’oratorio o per le tante occasioni di vita pastorale cheapparentemente stavamo perdendo. In questo paradossalmente sentivo di poter riposare: loSpirito stava suscitando una fioritura di iniziative di preghiera ed eventi pastoraliinimmaginabili, bellissimi con una creatività che solo l’amore sa generare. La vostra energiae il vostro cuore sono stati esplosivi anche in tempo di pandemia così come la vostradocilità agli eventi è stata rassicurante. Questi tempi, sono una prova durissima ed estremaper l’umanità e per il mondo, per le famiglie e per ognuno di noi seppur in misura diversa,ma non sono tempi di morte spirituale. Mano a mano che vedevo fiorire in COVID cosenuove, intuivo che lo stesso stava accadendo all’aria aperta, sotto la guida del Signore;bastava desiderarlo, cercarlo, volerlo e chiedere occhi in grado di vedere le novità che loSpirito ci stava preparando.

Vi ho pensato invece, con maternità spirituale, sui “fondamentali della vita” chiedendomi sevi avevamo passato le coordinate con fedeltà o vi avevamo tradito, edulcorando ilmessaggio. Mi sono chiesta se ci siamo fatti le domande giuste e se abbiamo preparatobene il bagaglio a mano per il viaggio, mettendo dentro tutto ciò che ci serve per curare leferite e affrontare un percorso di perdite che, prima o poi nella vita ci raggiunge e non cipermette la fuga. Mi sono chiesta se abbiamo chiaro in pratica, qual è la nostra destinazione.L’impatto durissimo della pandemia, ci viene in aiuto per prendere coscienza di tutto questoe proprio su questo don Bosco non si lascia vincere in chiarezza e non lascia spazio al“rispetto umano”. Vorrei che insieme cercassimo il senso profondo di quello che stiamovivendo e che con il Signore per compagno di viaggio si aprissero i nostri occhi e ricolmi digioia tutta salesiana, facessimo ritorno verso Gerusalemme con Gesù nel cuore.

Quest’anno credo che non sarà possibile fare il campo in montagna a Les Combes, in Valled’Aosta, come avevamo programmato, ma ugualmente sogno un campo in cui possiamocantare insieme la bellezza della vita e del Paradiso.

Anna Sansoni, Infettivologa c/o l’Ospedale di Siena con Andrea Lapi Internista c/ol’Ospedale di Siena; Salesiani Cooperatori all’Oratorio La Magione di Siena


  • 1) Messaggio inviato da don Alvaro parroco della Cattedrale di Arezzo

  • 2) Omelia di Pasqua 2020; Mons Augusto Paolo Lojudice



 

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